lunedì, 25 settembre, 2017

Cinema di Strada

Marigold Hotel

Che cosa hanno in comune una vedova sensibile in cerca di indipendenza, una casalinga scontrosa e ‘claudicante’, un giudice benestante sulle orme del passato, un funzionario governativo mite e vessato da una moglie eternamente insoddisfatta, una pluridivorziata a caccia del successivo consorte e del vero amore, un single impenitente col vizio delle donne e della solitudine? Lo stesso volo, la stessa destinazione, lo stesso hotel, il Marigold. Ubicato in India e gestito con zelo e passione da Sonny Kapoor, un giovane uomo sospeso tra una madre conservatrice e una fidanzata decisamente moderna, il Marigold Hotel è strutturalmente impreparato a ricevere ospiti. Diversamente dalla brochure, evidentemente ritoccata, che ne decantava stile e servizi, l’albergo ha bisogno di essere rinnovato e riorganizzato. Eppure in quelle camere prive di agi e conforti, tra polvere e rubinetteria gemente, gli eclettici ‘turisti’ troveranno accoglienza e voglia di ricominciare, di restare, di andare. A casa o al di là.
Nel cuore del Rajasthan, stato magico e vibrante dell’India, John Madden ambienta la sua commedia ‘senile’, dove tutto scorre piano e fluido, senza contraddizioni che non siano quelle strettamente sentimentali e amicali. Canonico e retorico nella sua costruzione ma ben interpretato da un cast all british e straripante di ironia felpata, Marigold Hotel gira intorno a una sola idea: la capacità di (ri)adattamento alla vita di un gruppo di pensionati pensionanti in un interno indiano. Film piacevole, va detto, che costringe però a fare i conti con la ripetitività di una scuola britannica e di un modello di cinema che punta su passione, buone ambientazioni, buoni attori, dialoghi folgoranti, storie che fanno ridere, commuovere e sognare.
Di quel modello Marigold Hotel mantiene qualche frammento, la sua qualità risiede soprattutto nella recitazione e nell’adattamento, ma non ne è certo la versione migliore. Poche le tracce della regia, Madden ha uno sguardo curioso ma ordinario, eccessivo lo sbilanciamento nella distribuzione del peso narrativo: partenza lenta in cui si introducono vicenda e personaggi, ritmo che cresce ma procede nervosamente per rivelarsi frenetico in dirittura di arrivo, quando la storia accelera bruscamente in attesa della ricomposizione finale. Il viaggio esotico di un gruppo unito del Regno Unito rivela poi un (dis)interesse tutto borghese e tutto intellettuale verso ciò che rimane all’esterno. Dalla residenza ‘incantata’ dell’India esterofila i turisti commentano il trionfo di colori dei paesaggi, delle case, delle strade che (più o meno) timidamente batteranno perduti dietro i propri fantasmi. Facendo coincidere vitalità e fatalismo, Madden libera i suoi personaggi dalla soggezione del passato, lasciando che a turno prendano risolutamente coscienza e posizione.
‘Passaggio in India’, il loro, che produce un movimento della ricerca, un’apertura esistenziale e la rinnovata sensazione esotica della fanciullezza di fronte a una ‘terra incognita’ e in bilico tra nuovi e antichi splendori. Governano la commedia i crismi della recitazione inglese (economia dei mezzi espressivi e controllo asciutto delle emozioni) e i migliori attori del passato e illustre cinema britannico, da Judi Dench a Maggie Smith, da Tom Wilkinson a Bill Nighy, passando per Penelope Wilton, Ronald Pickup e Celia Imrie.

  • Durata: 124 minuti
  • Uscita: 2012

About The Author

Related posts

Leave a Reply